La valorizzazione della ricerca per i brevetti di invenzione industriale

Il brevetto di invenzione industriale, da sempre cardine nella tutela dell’innovazione nel mondo sviluppato, brilla da qualche tempo di una nuova, sorprendente vitalità: certificare l’avvenuta ricerca. Questa inaspettata quanto originale mansione, è funzionale per declinare al meglio quanto previsto da quella che viene sinteticamente chiamata  “Legge Calenda”.

Una Legge tagliente quanto interessante che ha creato una piccola quanto significativa rivoluzione nell’ambito della Proprietà Industriale. Per la prima volta, dalla creazione dell’Italia repubblicana, nel Bel Paese sembra stranamente conveniente avere tanti dipendenti e fare ricerca. Sembra una follia, ma è così. La Legge 232 dell’11 Dicembre 2016, cripticamente contenuta all’interno del pacchetto Industria 4.0, ha realmente ribaltato le carte in tavola, rendendo economicamente sostenibili voci da sempre ritenute pesanti quanto inutili fardelli.

Oggi in Italia, e soprattutto nel meridione italiano ed in Sardegna, è possibile quello che sino a ieri era impossibile: abbattere drasticamente il costo del lavoro. L’abbattimento si concretizza nello scaricare nei costi di ricerca e sviluppo, le spese “eligibili” all’interno di questa rivoluzionaria agevolazione fiscale. In sostanza, anche il costo dei dipendenti NON specializzati, coinvolti a vario titolo nella realizzazione delle migliorie apportate all’interno dall’azienda, è scaricabile sino alla soglia del 45% del loro costo lordo.

I costi di tutti i dipendenti NON altamente specializzati, coinvolti a vario titolo nel processo innovativo, sono quindi deducibili al 45% e spendibili come credito d’imposta. La vastità dei lavoratori coinvolti (sostanzialmente tutti i dipendenti non specializzati dell’azienda) e l’entità del risparmio (il 45% del loro costo lordo), rendono questa Legge un’autentica rivoluzione nell’ingessato dedalo fiscale nazionale.

Il brevetto di invenzione industriale, illuminato da questa nuova luce, altro non diventa se non lo strumento di elezione col quale un azienda può certificare l’avvenuta ricerca, anche agli occhi di un eventuale accertamento da parte dell’Agenzia delle Entrate. Il tutto finalizzato all’ottenimento dell’importante agevolazione fiscale prevista dalla Legge.

L’Ufficio Brevetti Europeo ( l’ EPO ), dopo pochi mesi dall’avvenuto deposito di ogni nuova domanda di brevetto, analizza e certifica imparziabilmente ( redigendo un dettagliato Rapporto di Ricerca), la sussistenza dei requisiti della NOVITA’ e dell’ ORIGINALITA’ indispensabili affinché il brevetto possa essere rilasciato. L’onere della prova che un azienda abbia realmente fatto della ricerca, passa quindi a carico dell’Ufficio Brevetti Europeo che si erge a garante dell’intera procedura brevettuale, sollevando anche l’amministratore della società che ha dichiarato di aver investito in ricerca, dal dover dimostrare la sussistenza e la concretezza dell’avvenuta ricerca svolta. Essendo la richiesta di sgravio fiscale ( l’ottenendo del credito d’imposta) basata su di una semplice autocertificazione dell’ amministratore, l’intervento dell’esaminatore europeo assume una valenza tecnico-amministrativa fondamentale, soprattutto in caso di accertamento da parte dell’Agenzia delle Entrate.

Una volta ottenuta la desiderata deduzione fiscale ed il rilascio del brevetto, il brevetto d’invenzione industriale resta nel patrimonio aziendale  ed inizia silenziosamente quanto inevitabilmente a far emergere i suoi intrinsechi pregi. Consentendo all’azienda di operare in un ottimale regime di monopolio, consolidando la quota di mercato ottenuta. Questo nuovo interesse nel brevetto, nato inizialmente quale mero accessorio amministrativo per ottenere lo sgravio fiscale, si tramuta ora nell’ottenimento di  un “intangible asset” strategico per l’azienda stessa.

Un accostamento che ha prodotto interessanti effetti già nel 2017, anno in cui l’Italia è risultata essere il primo Paese d’Europa per incremento brevettuale (marcando un incremento di oltre 4 punti percentuali), ma che sembra essere capace di produrre effetti positivi ancora maggiori nel 2021 essendo anticiclica.

Lo Studio Fiammenghi ha redatto numerosi brevetti proprio in quest’ottica. Sostenere le aziende che necessitano di dimostrare la sussistenza e la consistenza della ricerca tacitamente svolta. Un percorso virtuoso che ha visto lievitare oltre le 100 unità il numero delle domande di brevetto depositate dalla Fiammenghi-Fiammenghi nel solo 2017, schiudendo scenari ancor più esaltanti negli anni successivi, sino al 2020  in cui si sono sfiorati i 140 depositi per quel che riguarda le sole invenzioni industriali, lanciando lo Studio versi nuovi primati anche nel 2021.

Lo Studio Fiammenghi-Fiammenghi è uno studio che segue da quasi un secolo i marchi, i brevetti ed in generale la proprietà industriale delle aziende di successo non solo in Italia ma anche in Europa. Lo Studio Fiammenghi-Fiammenghi ha sede in Roma, con sedi periferiche anche a Napoli, a Lugano ed ora anche a Benevento e si caratterizza per l’appartenenza dei suoi membri ad un’unica famiglia che per successione, deriva da un più antico studio professionale anch’esso di appartenenza familiare. Da tre generazioni infatti lo Studio Fiammenghi-Fiammenghi protegge la proprietà industriale delle aziende sia a livello italiano che internazionale e svolge la propria attività di consulenza in tale ambito con competenza ed efficienza. «Le innumerevoli sfaccettature e il costante divenire della materia ci spingono ad un costante aggiornamento professionale: un processo in cui sono coinvolti i partners e l’intero team all’interno dello Studio, da sempre concentrato nel solo ambito della proprietà industriale ed è cresciuto nel tempo, offrendo ai Clienti non solo un servizio specializzato, integrato e professionale, ma un’esperienza consulenziale personalizzata, legata alle agevolazioni fiscali e basata sui valori classici di un tempo.

Dott. Pietro Fiammenghi